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Rendiconto Convegno Comunale – 11maggio 2014 San Ferdinando (RC)

Riteniamo che sia un atto di assoluta e inaudita irresponsabilità procedere allo smaltimento delle armi chimiche dell’arsenale siriano nel Mar Mediterraneo, e che sia allo stesso tempo allarmante il transito ed il trasbordo del carico nel Porto civile di Gioia Tauro (Reggio Calabria).

Questo per una serie di valide, provate e inconfutabili motivazioni scientifiche e di ordine pubblico.


LANCIAMO UN APPELLO PER UNA MOBILITAZIONE GENERALE PER LA DIFESA DEL MEDITERRANEO APPELLANDOCI ALLA CONVENZIONE DI ARHUS CHE PREVEDE LA PARTECIPAZIONE DEL PUBBLICO AD OGNI DECISIONE CHE COINVOLGE IL PROPRIO TERRITORIO.


Premessa storico-politica

Gli scontri in Siria sono iniziati a marzo 2011, per diventare vera e propria guerra civile nel 2012.

Inizialmente quanto stava avvenendo era stato inquadrato, a livello mediatico, come un altro episodio della “primavera araba”, con contrapposti da una parte un governo autoritario e corrotto e dall’altra un fronte di ribelli che chiedono un cambiamento in senso democratico.

Il passare del tempo ha delineato una rappresentazione sempre più intricata della vicenda. Una vicenda dove atrocità sembra siano state commesse da entrambi gli schieramenti, dove i paesi arabi e quelli occidentali sono e stanno intervenendo, in modo più o meno coperto, sostenendo l’uno o l’altro fronte. Un gioco complesso dove il confine tra verità e propaganda è sottilissimo; a volte, praticamente, inesistente.

La guerra civile ha rappresentato una tragedia collettiva, che ha finora portato a più di 120.000 persone massacrate e a più di 4 milioni di sfollati.

Una guerra, quella in Siria, che ha assunto sempre di più tutte le sembianze di una vera “guerra sporca”, il cui simbolo sono diventate le armi chimiche. Dal 2012 ad oggi il regime di Assad è stato ripetutamente accusato di avere usato armi chimiche verso i ribelli. Ma, preso sono emerse prese di posizione, anche autorevoli che hanno dichiarato come, in realtà, tali armi chimiche siano state usate dai ribelli o anche dai ribelli.

Gli USA, facendo propria la versione della responsabilità integrale del governo, cominciano a minacciare un intervento militare.

Il 21 agosto 2013 è una data di svolta.

A Ghouta, nei sobborghi di Damasco, avviene il più grande attacco con armi chimiche dall’inizio della guerra civile, con circa 1300 morti.

Gli USA accusano immediatamente il governo siriano per quel massacro e, dichiarando la misura colma, innescano la macchina bellica per un attacco che sarebbe dovuto partire il 2 settembre.

Gli americani però non avevano previsto l’emergere di elementi che smentivano palesemente la ricostruzione ufficiale degli eventi, ponendo non nel governo, ma nei ribelli la responsabilità per l’utilizzo delle armi chimiche in quella strage.

Secondo il giornalista Seymour Hersh, premio Pulitzer e uno dei miti del giornalismo d’inchiesta americano –suo fu il celebre reportage sul massacro di My Lai in Vietnam; suo è anche il servizio sulle torture di Abu Ghraib in Iraq nel 2004- l’attentato di Ghouta è stato provocato dai ribelli siriani sostenuti dalla Turchia a cui conveniva l’intervento militare americano in Siria. Secondo Hersh è stato lo stesso intelligence britannico, in collaborazione con i servizi russi, a fornire le prove che gli agenti chimici utilizzati non provenivano dagli arsenali del governo siriano, ma dai ribelli.

Ma non era la prima volta che emergevano le responsabilità dei ribelli nell’utilizzo di armi chimiche . A maggio 2013, un personaggio al di sopra di ogni sospetto, Carla Del Ponte -ex procuratore del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Yugoslavia e membro della commissione sulle violazioni dei diritti umani in Siria- aveva dichiarato che dalle loro indagini era emerso che le armi chimiche in Siria, particolarmente il Sarin, era stato usato non dagli oppositori, ma dai ribelli.

Tornando all’attentato di Ghouta, anche un rapporto del Mit (Massachuttes Institute of Technology) poneva la responsabilità dell’eccidio è da ascrivere ai ribelli.

Con l’emersione di queste prove, diventa sempre più difficile per gli USA giustificare la legittimità del loro operato e il 31 agosto Obama è costretto a sospendere l’attacco programmato per il 2 settembre.

In una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza Onu si raggiunge tra USA e URSS un accordo che prevede l’obbligo per Assad di dare esecuzione alla sua dichiarata volontà di consegnare le proprie armi chimiche in tempi brevi e si prevede che queste armi chimiche debbano essere distrutti entro la metà del 2014.

Intervento OPAC

L’intera operazione viene gestita dall’Organization for the Prohibition of chimicalWeapons (Opcw) – in italiano Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (Opac) – il cui capo è Ahmet Uzumcu.

L’accordo internazionale prevedeva che agenti chimici venissero prelevati nel porto siriano di Latakia da alcune navi per essere trasportati -con le navi a loro volta scortate da altre navi da guerra- nel luogo in cui sarebbe stato effettuato il loro “trattamento” per renderli materiale “inerte”.

Non è stato facile per l’Opac trovare Paesi che fossero disposti ad avere concretamente a che fare con le operazioni di trattamento. Solitamente le sostanze chimiche vengono distrutte tramite combustione in aree specifiche fornite di infrastrutture adeguate. Aree di questo tipo esistono in USA, Germania, Francia, Russia e altri Paesi. Ma nessuno di essi ha ritenuto di dare la propria disponibilità. A parte l’Inghilterra che si rese disponibile al trattamento di una parte di questi agenti chimici.

Alcuni tra gli ultimi paesi tirati in ballo erano stati la Norvegia e l’Albania che successivamente espressero il loro rifiuto.

A quel punto si decide di ricorrere al metodo dell’idrolisi in mare aperto.

Per attuare l’idrolisi in mare aperto è necessario che gli “agenti chimici” vengano “trasferiti” in un’altra nave dove vi siano le strutture tecniche adatte per attuare un processo di tal genere. Diventava necessario quindi trovare un porto dove effettuare questo “trasferimento” meglio detto “trasbordo”, e individuare le acque internazionali dove concretamente porre in essere l’idrolisi.

Qui è entrata in gioco l’Italia. Non è dato del tutto capire fino a che punto il nostro Paese sia stato sollecitato in tal senso, e fino a che punto si sia offerto, magari per dimostrare “affidabilità internazionale”. Fatto sta che l’Italia ha messo prontamente a disposizione un proprio porto affinché avvenisse l’operazione di trasbordo.

Il carico consiste in circa 700 tonnellate di materiale. Non sarebbero, secondo molti esperti, tutte le armi chimiche che verranno trattate nel corso del tempo, che ammonterebbero a circa 1300 tonnellate, ma sarebbero state il primo grande quantitativo che prenderà il via verso il porto per il trasbordo e poi verso le acque “internazionali” in cui effettuare l’idrolisi. Si deve sempre tenere presente che in questa vicenda c’è tutto un elemento di “non detto”, elementi tenuti riservati fino all’ultimo ed elementi, forse, che non verranno mai chiariti. Quindi è difficile avere il quadro assoluto di tutto.

Fasi dell’operazione

Delle circa 1300 tonnellate di armi chimiche siriane “ufficialmente” dichiarate come oggetto di trattamento e che verranno caricate, nel porto di Latakia, circa 600 saranno quelle inviate sulle navi (norvegese e danese) Takio e Ark Futura e trasportate verso un porto italiano. Una volta che queste due navi – scortate da navi da guerra russe e cinesi – sarebbero giunte nel porto italiano, gli agenti chimici sarebbero stati trasferiti sulla Cape Ray, una super nave cargo della marina statunitense, nel frattempo partita dal porto di Portsmouth in USA.

Una volta effettuato questo trasbordo, la Cape Ray dovrebbe portare gli agenti chimici in una zona del mare mediterraneo, dove subirebbero il trattamento mediante idrolisi. A tal riguardo sulla Cape Ray sono stati installati due sistemi Field Deployable Idrolisi System (FDHS) per lo smaltimento degli agenti chimici pericolosi, messo appunto per l’occasione dai militari americani dello US Army Edgewood Chemical Biological Center in Maryland. L’FDHS neutralizza gli agenti chimici mescolandoli con acqua ed altri reagenti come idrossido di sodio e ipoclorito di sodio e poi riscaldandoli fino a trasformarli. Le scorie risultanti dal trattamento mediante idrolisi, saranno inviate verso altri paesi, in primo luogo la Germania, per essere a loro volta trattate.

Tutta questa operazione richiede un investimento finanziario non da poco. Con dodici milioni di euro già raccolti, e altri venti milioni che andranno trovati. L’Opac, inoltre, ha indetto una gara d’appalto – gara che nel frattempo si è conclusa- riservata a strutture chimiche civili, che si inseriranno in tutta la complessiva catena derivante dall’iniziale trattamento degli agenti “chimici”, con in ballo, per queste strutture, una “torta economica” non da poco. La gara è stata poi vinta dalla finlandese Ekokem e dalla filiale americana della francese Veolia.

I luoghi individuati per questi due momenti essenziali dell’intera operazione sono il mare al largo della costa ovest di Creta per il trattamento delle armi chimiche mediante idrolisi ed il porto italiano di Gioia Tauro per il trasbordo.

Tra i fattori che avrebbero giocato un ruolo sulla scelta di “quale porto italiano” tra i papabili, abbiano giocato (insieme ad altri elementi naturalmente) le resistenze locali. Questo parrebbe vero soprattutto dopo che la Sardegna, nella persona del presidente della regione, Cappellacci ha espresso la sua totale contrarietà, appoggiato in ciò da varie realtà sarde.

Gioia Tauro

La concreta possibilità che Gioia Tauro avesse vinto il “toto porto” era presente negli organi di stampa il 14 e il 15 gennaio.

Le riserve vennero sciolte il sedici gennaio, in sede di audizione presso la Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato del Ministro degli Esteri, Emma Bonino; del Ministro delle infrastrutture, Maurizio Lupi; del direttore generale dell’Opac, Ahmet Uzumcu.
Gioia Tauro venne indicata come la scelta definitiva per l’operazione di trasbordo.

Primo allarme e mobilitazioni a San Ferdinando

Da quel momento partono le agitazioni del territorio, in particolare di San Ferdinando. San Ferdinando è il comune in cui ricade l’80% del territorio facente parte del porto di Gioia Tauro. Da qui l’immediata sensibilità dei suoi abitanti verso i pericoli connessi ad un’operazione di tal genere, riguardo alla quale, fin dall’inizio, le assicurazioni governative hanno poco convinto. I più attivi nel tentare di contrastare da subito l’operazione sono gli attivisti locale del Movimento Cinque Stelle.

Tutti i sindaci della Piana di Gioia Tauro fanno proprie le proteste, a partire dal sindaco di San Ferdinando, Domenico Madafferi e di quello di Gioia Tauro, Renato Bellofiore, i quali indicono una manifestazione, che si svolgerà il 2 febbraio. Questa manifestazione verrà preceduta, il 25 gennaio, dalla manifestazione delle mamme di San Ferdinando, che, insieme con i loro bambini, mettono in scena una vera catena umana.

Queste manifestazioni non creano un ripensamento nel governo e non fermano la complessa macchina internazionale ormai messa in campo. L’inquietudine del territorio aumenta, di fronte a quello che appare come un vero muro di gomma.

Il sedici gennaio la cittadinanza di San Ferdinando viene a sapere, dall’audizione tenuta alla Camera dai ministri Lupi e Bonino e dal presidente dell’Opac, Uzumcu, che Gioia Tauro sarà il porto in cui si svolgerà il trasbordo. A San Ferdinando, il paese per la gran parte ospitante, nessuno ha saputo niente fino all’ultimo. Nulla, se non qualche voce sui giornali. Gioia Tauro era stata scelta come porto per il trasbordo delle armi chimiche. Subito dopo l’audizione a San Ferdinando è partito il caos e la gente comincia a riversarsi nel porto, che nel giro di un’ora è diventato una bolgia di gente. Era presente uno schieramento di giornalisti, compresi quelli inviati da televisioni straniere, che andavano a caccia di dichiarazioni. Quindi, fin da subito, quando ancora su gran parte degli aspetti della vicenda era presente il buio totale, già il territorio diceva no.

Da quel momento è cominciata la battaglia contro le armi chimiche.

Partono tutta una serie di comunicati stampa, ed arrivano le prime posizione dei sindaci, soprattutto del sindaco di San Ferdinando e del sindaco di Gioia Tauro.

La città degli Ulivi

Si decide di convocare l’assemblea dei 33 sindaci della piana di Gioia Tauro. Questi 33 sindaci hanno costituito, da tempo, il comitato “Città degli Ulivi”, che si riunisce per le questioni di emergenza che riguardano il territorio.

In questa storia ci sono state due assemblee dei sindaci, tutte e due in diretta streaming, e tutte e due con massiccia partecipazione di gente.

La prima assemblea si tiene il 20 gennaio. Alcuni sindaci erano su posizioni più “collaborative” verso il governo, ma la maggior parte dei sindaci, anche in virtù della pressione della popolazione presente giustamente allarmata, espressero una contrarietà totale che portò tutti i sindaci a confluire su questa posizione.

Tavolo tecnico con Letta

Avendo l’ex Presidente del Consiglio Letta, dopo le prime proteste venute dal territorio, convocato i sindaci di Gioia Tauro e di San Ferdinando, a quello che venne definito un “tavolo tecnico” per discutere della questione, l’assemblea dei sindaci aveva dato mandato a questi due sindaci di esprimere a Letta la totale contrarietà del territorio al transito di queste armi.

I presenti a questo “tavolo tecnico” convocato da Enrico Letta erano, oltre ai due sindaci su indicati, il governatore della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti, il presidente dell’Autorità portuale di Gioia Tauro Giovanni Grimaldi, il comandante della Capitaneria di porto di Gioia Tauro, Davide Barbagiovanni Minciullo e l’amministratore delegato di Mct Domenico Bagalà. L’Mct è la società privata che concretamente gestisce il porto. Si tratta di una società tedesca.

Cosa abbiamo fatto effettivamente i sindaci a Roma non si è capito. Non si è capito se hanno fatto davvero opposizione o si sono limitati a chinare la testa. L’unica cosa certa è che, quando sono tornati, non sono riusciti a dare spiegazioni né sulla missione né su altri dati tecnici. È sembrato evidente che Letta abbia fatto loro capire che “l’operazione s’ha da fare” e loro hanno afferrato il messaggio. Non si sa se si è offerto qualcosa in contraccambio.

Manifestazioni a San Ferdinando

A quel punto si tiene a Gioia Tauro la seconda assemblea dei sindaci del comitato “Città degli ulivi”. Anche in quella seconda assemblea la posizione è di totale contrarietà da parte dei sindaci, e si delibera di avviare delle proteste sul territorio con una manifestazione che si sarebbe dovuta svolgere a San Ferdinando, proprio all’ingresso del porto, a 50 metri dalla dogana. Sono gli stessi sindaci che dichiarano di impegnarsi per organizzare questa.

Ma prima ancora che venga concretizzata questa manifestazione dei sindaci, viene fatta un’altra manifestazione, organizzata dalle mamme di San Ferdinando il 24 gennaio 2014, poiché la scuola è attaccata alla zona portuale. Saranno proprio le mamme e i bambini di San Ferdinando i primi a scendere in piazza con la presenza del sindaco di San Ferdinando. Ogni madre è stata presente alla manifestazione con i propri figli, senza farsi scoraggiare dalle condizioni avverse del tempo. Madri e bambini hanno fatto una catena umana che ha colpito moltissimo a livello di recezione della notizia.

La manifestazione dei sindaci si svolse il due febbraio. Sebbene fossero presenti persone da tutte le parti della Calabria, soprattutto per l’attivarsi di tanti gruppi regionali del cinque stelle, la manifestazione non è stata al livello delle aspettative che avevamo. Soprattutto per il mancato “reale” attivarsi da parte dei sindaciche avrebbero dovuto organizzare dei pullman dai loro comuni, in pratica non hanno organizzato niente. Anche i lavoratori del porto, duecento o trecento persone, dipendenti della tedesca MTC, hanno avuto pressioni per non partecipare alla manifestazione.

Rinvii

Il trasbordo si sarebbe dovuto fare tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio. Tuttavia arrivati a fine maggio ed ancora nulla è accaduto. Il motivo di questo ritardo era stato visto, fino a poco tempo fa, nella situazione turbolenta in Siria. Dovendo i convogli con le armi chimiche essere trasportati attraverso il paese, per farli giungere al porto di Latakia, da prendere la via che abbiamo descritto in precedenza, la presenza di continui scontri e della necessità, quindi, di “difendere” queste armi, abbia inciso pesantemente sul rullino di marcia. Recentemente è emerso che ad incidere sul rallentamento sarebbe stata anche la crisi tra Ucraina e Russia, con i russi focalizzati su quel fronte, e poco attenti, quindi, a quello che dovrebbe avvenire nel Mediterraneo.

Rassicurazioni governative e smentite

Ad esempio è stato detto che il trasbordo avverrebbe in mare. Mentre presto gli operatori portuali hanno smentito questa dichiarazione, sostenendo come le armi chimiche, il giorno del trasbordo, dovranno essere posate sulla banchina per poi essere caricate sull’altra nave. Un ingegnere ai trasporti al riguardo ha specificato che le navi sono navi che possono trasportare dalla prua. Per fare il trasbordo si dovrebbero mettere prua contro prua e fare una sorta di anello ad U sulla banchina, per cui i container scendono a nave, si fa questa sorta di tapis roulant e quindi dovranno entrare nella Cape Ray.Il trasbordo deve essere fatto a terra.

Altra dichiarazione, ripresa anche dalla ex ministro Bonino, è che questi “agenti chimici” non sono “armi chimiche”, ma semplici “precursori”, elementi “scomposti” che, presi da soli, non sono pericolosi. E invece poi è stato provato, fuor di ogni dubbio, che alcune di quelle sostanze sono armi chimiche a tutti gli effetti, come l’ “agente mostarda” o iprite. A questo proposito giova richiamare la dichiarazione del chimico italiano dell’OPAC Ferruccio Trifirò in una intervista fatta il 22 maggio con Orso Bianco, durante la quale ha affermato che il 92% delle armi chimiche è già stato imbarcato (al minuto 8:48 circa dice che “il 92% delle armi chimiche è partito dalla Siria, cioè si trova sulle navi…”.)

Dall’audizione alla Commissione Difesa della Camera del sedici gennaio, in un intervento il presidente dell’Opac Uzumcu, dice che: “Queste sostanze chimiche sono state divise in due categorie, quelle di priorità 1, che includono l’agente mostarda e precursori chimici immediati, e sostanze di priorità 2, che riguardano materie prime chimiche meno preoccupanti. I precursori chimici devono essere combinati con altri precursori per produrre agenti nervini letali,come il sarin, che possono essere poi utilizzati per riempire le munizioni. Questo si fa generalmente poco prima dell’uso”.

Dichiarazioni del mondo scientifico greco

Fin dal 19 gennaio, intanto, ad accrescere esponenzialmente le inquietudini già emerse, erano intervenute le dichiarazioni di una parte autorevole del mondo scientifico greco, in merito al procedimento di idrolisi da attuare in acque internazionali al largo della costa Ovest di Creta. Secondo il professor Evangelos Gidarakos del Politecnico di Creta, “Queste sostanze chimiche sono miscele di sostanze pericolose e tossiche, che non sono in grado di essere inattivate in modo da non causare danni agli organismi viventi solo con questo metodo”.
Il professor Gidarakos sostiene, inoltre, che l’idrolisi di tutto questo quantitativo pericoloso produrrà una terza componente tossica che sarà formata direttamente nelle acque marine. Nikos Katsaros, ex Presidente dell’unione dei chimici greci e collaboratore di Democritos, l’equivalente greco del nostro CNR, ha affermato: “Se tale neutralizzazione sarà effettuata tramite il processo di idrolisi, non c’è da stare tranquilli. Si tratta di un metodo estremamente pericoloso con conseguenze terribili per l’ambiente mediterraneo ed i popoli vicini. Gli effetti saranno la nécrosi completa dell’ambiente interessato e l’inquinamento marino tra il mar Libico ed il mare di Creta”. E queste non sono le sole voci scientifiche del mondo greco a lanciare l’allarme rosso per il pericolo che corre l’intero Mar Mediterraneo.

Le inquietudini non diminuiscono certo se si tiene presente che è la prima volta che viene tentata l’idrolisi in mare aperto. Quindi c’è un elemento di “imponderabile” e di “non previsto” che incombe su tutta la faccenda.

Sostanze chimiche coinvolte

A Gioia Tauro, nel 2010, un corso di formazione sulle merci pericolose, si specificò che queste sono divise in nove classi. Il chimico di porto che si occupava del corso, fece presente che la classe 1 e la classe 7 sono vietate. La classe 7 ricomprende materie radioattive. La classe uno è relativa agli esplosivi, sia gassosi che liquidi. E il gas mostarda (Iprite) fa parte della classe 1.

L’iprite è una sostanza che penetra in profondità nello spessore della cute. Dopo che gli strati superiori, ancora sani, sono andati incontro al fisiologico ricambio, si presentano sulla superficie cutanea le cellule colpite e non proliferanti, cosicché si aprono devastanti piaghe. Concentrazioni di 0,15 mg d’iprite per litro d’aria risultano letali in circa dieci minuti; concentrazioni minori producono le gravi lesioni di cui si è detto, dolorose e di difficile guarigione. La sua azione è lenta (da quattro ad otto ore) e subdola; perché nel momento del contatto non si avverte dolore.

A temperatura ambiente è liquida, ma come arma viene utilizzata sotto forma di vapore, deve essere riscaldata. E’ un’arma della prima guerra mondiale. Il nome “gas mostarda” veniva usato per via del suo odore simile alla senape. Ma oltre a questo c’è anche certamente il Sarin e il VX. Il VX è il gas nervino di ultima generazione che può uccidere anche solo venendo a contatto con la pelle, senza bisogno che venga inalato o ingerito. Ne basta un solo milligrammo.

Fragilità del territorio

La piana di Gioia Tauro è una sorta di coacervo di infrastrutture dannose, tutte riunite nel giro di pochi chilometri. È presente l’unico inceneritore della Calabria, in avanzata fase di raddoppio. C’è una centrale a turbo gas a pochi km. di distanza.C’è ancora un elettrodotto che collega Rizziconi fino a Laino Borgo, un mega-depuratore che riunisce 20-30 comuni della piana di Gioia Tauro, si prospetta fra non molto il più grande rigassificatore d’Europa che verrà sistemato su quattro faglie sismogenetiche attive. E da una di queste è nato il terremoto del 1783 che ha distrutto mezza Calabria.

Principio di precauzione

Era stato proposto pubblicamente ai due Sindaci di San Ferdinando e Gioia Tauro di opporre all’operazione il “principio di precauzione”, visto che come primi cittadini, sono i garanti della salute del territorio stesso, ed è un atto politico che deriva da una raccomandazione dell’unione europea. Il Sindaco si può opporre politicamente a qualunque situazione lui ritenga non opportuna dal punto di vista del rischio. “Io non mi fido di quello che mi dici e per il momento blocco tutto”.

Giuridicamente, i sindaci non possono fare chiudere il porto non possono fare chiudere il porto. Nella realtà è l’Autorità Portuale che ha giurisdizione sui porti.

Denuncia del sindacato dei vigili del fuoco

Antonio Jiritano, responsabile del sindacato dei vigili del fuoco USB – Unione Sindacale di Base- ha denunciato, in merito alle operazioni di trasbordo a Gioia Tauro, che i nuclei NBCR (Nucleare, Batteriologico, Chimico, Radioattivo) di Catanzaro e Reggio Calabria deputati alla sicurezza non erano pronti, sotto nessun aspetto, che le tute protettive erano scadute da anni, che la strumentazione per la decontaminazione era in stato di abbandono, che non c’era nessun piano con le Asl per un intervento di emergenza. Jiritano nel corso di una trasmissione televisiva, mostrò delle foto fatte presso il deposito di Catanzaro, da dove emerge la presenza di questo tipo di materiale scaduto e abbandonato.

Ha dichiarato: “Ci stanno mandando al massacro per fare bella figura a livello internazionale”. E quando ha detto: “Non vogliamo morire come i canarini nelle miniere di carbone”. Col riferimento ai canarini, Jiritano si è richiamato a quanto accadeva nelle miniere di carbone in Gran Bretagna, dove i canarini venivano portati in galleria dai minatori per segnalare le fughe di grisù, terribile gas esplosivo. Quando il canarino smetteva di cantare e barcollava, loro lasciavano la miniera”.

Dopo aver rilasciato queste dichiarazioni, Jiritano e alcuni dei vigili del fuoco del reparto NBCR che hanno manifestato pubblicamente queste preoccupazioni, sono stati esautorati.

Quando hanno fatto le prove, i responsabili che saranno adibiti alle operazioni fisiche all’interno del porto (non si tratta dei vigili del fuoco questa volta), con operatori portuali promossi a capi reparto all’uopo (soggetti che prima non lo erano, improvvisamente sono diventati capi reparto), hanno fatto la prova di sollevamento dei container, durante queste prove uno dei container è caduto. Sono stati convocati direttamente in prefettura.

Denuncie del sindacato dei portuali

Vengono da Domenico Macrì del sindacato dei portuali SUL: è tutto in sicurezza?Le perplessità rimangono, perché operazioni simili non sono mai state fatte, a detta anche di Bonino e Lupi, noi non le abbiamo mai trattate. Il territorio non ha le strutture ospedaliere e le organizzazioni per affrontare le emergenze. Il SUL ha fatto 5 richieste di incontro, anche all’azienda, la MCT, e la prefettura risponde che è una normale operazione di trasbordo. Il SUL dice che non è così anche perché saranno movimentati molti militari. “La loro presenza porterà una ricaduta sull’economia del territorio perché 600 militari mangeranno nelle pizzerie”. Questo il vantaggio per la città! “Perché Gioia Tauro è uno dei migliori porti al mondo”. Questa la motivazione! La ZES barattata a fronte della non sicurezza del territorio, questa la contropartita! Il trasbordo dicono che avverrà al largo. È FALSO. Queste operazioni vanno fatte su terra.

Il pericolo non è nello stazionamento in un porto, ma nelle operazioni di trasbordo. Noi chiediamo di essere presenti nella cabina di regia per capire tutte le operazioni, ma non ci è stato risposto. Rispondono nella riunione del 22 aprile, che sarà tutto sotto controllo nel gruppo NBCR (nucleare,batteriologico,chimico e radiologico) dei VF coordinati dalle forze dell’ordine e dal 118. Ancora non si quale sarà il personale che movimenterà né che materiale sia. L’azienda afferma che sarà o il personale MCT oppure i militari. Anche rimane il dubbio se siano state coinvolte le ASL. Chi movimenterà sarà incentivato con un premio. Forse saranno sacrificati i cassaintegrati che da 4 anni attendono risposte dalla politica. Parla anche della banchina Nord l’area individuate, a trecento metri dall’abitato, stando alle carte in suo possesso fornite dall’azienda stessa, nonostante il sindaco neghi che si tratti di quella per l’attracco, mentre è prevista una zona a 1.500 metri da S. Ferdinando, ricadendo questa nell’area industriale.

Non è una operazione di routine

L’ex ministro Lupi ha sostenuto che materiale “analogo” è già passato dal porto di Gioia Tauro. Nel 2012 e 2013, dunque, i container , con materiale “analogo”, che sono stati movimentati a Gioia Tauro sono stati 3.000, per un totale di 60.000 tonnellate.

Ma vanno considerate alcune cose in merito a ciò che dice. Se consideriamo solo le tonnellate di materiale “analogo” transitate nel 2013, siamo a 29.000 tonnellate. Possiamo già dire che se si fa una media per giorno di questa cifra, escono 80 tonnellate al giorno. Mentre qui si parla di circa 600 tonnellate per una operazione che dovrebbe arrivare massimo alle 48 ore. Con un trasbordo, quindi, di 300 tonnellate in una giornata, se non di più.

Inoltre, di queste 29.000 tonnellate di sostanze di questo tipo, quelle trasbordate da nave a nave a Gioia Tauro sono state 817 per l’intero 2013. Insomma, in massimo due giorni, il porto di Gioia Tauro dovrebbe smaltire il 75% dei prodotti analoghi movimentati nel corso di un anno…

Se questa operazione fosse una operazione di routine, che passa tutti i giorni, come mai si prevedono 600 militari, zona rossa, e cinque navi da guerra che devono coprire le due navi coinvolte nell’operazione?

Il sindaco stesso di San Ferdinando lo ha negato recentemente dichiarando, in un convegno pubblico, che lui non ha conoscenza alcuna di tali movimentazioni. Lui stesso fa parte del consiglio delle autorità portuali, ed in due anni e mezzo non c’è stata mai una richiesta di questo genere.

L’idrolisi in mare aperto non è mai stata tentata

Il metodo che si utilizza regolarmente per distruggere sostanze di questo genere è la combustione. E le volte in cui è stata attuata l’idrolisi, lo si è fatto in porto. Inoltre la Cape Ray è una nave vecchia; anno di fabbricazione 1977. Farebbe questa operazione non nell’Oceano, ma nel Mediterraneo che è un mare chiuso, dove il vento soffia a 6,5 Beaufort (l’unità di misura del vento n.d.r.).
Se il vento dovesse soffiare a più di tre nodi bisognerà sospendere le operazioni. Teoricamente, quindi, le operazioni non le farebbero proprio. Che poi in tutta questa vicenda ci si muove sapendo che alcuni tasselli ci mancano…

Non esiste un piano di evacuazione

Non esiste alcuna attrezzatura specifica. Il personale portuale non è stato formato adeguatamente. Non esistono strutture sanitarie attrezzate per le emergenze. Il generale Termentini ha chiesto se “sono già previste le dosi di atropina nel caso di insorgenza di problemi con l’iprite?” Ma non c’è una risposta a tutto questo.

Coordinamento Sos Mediterraneo

Tutti questi temi sono stati affrontati in maniera approfondita in un convegno tenuto a San Ferdinando, di cui di seguito riportiamo i passaggi più importanti.

Convegno TRASBORDO ARMI CHIMICHE SIRIANE tenuto a San Ferdinando il 13 maggio 2014

Organizzato dal Meetup di San Ferdinando (RC).

Sono intervenuti :

  • Fernando Termentini, Generale di Brigata RIS
  • Alessandro Melicchio, chimico organico
  • Vincenzo Caminiti, dirigente medico Ospedali Riuniti di Reggio Calabria
  • Antonio Jiritano, USB (Unione Sindacale di Base) vigili del fuoco
  • Domenico Macrì, coordinamento sindacato portuali SUL
  • Sen. Francesco Molinari, commissione antimafia
  • On. Sebastiano Barbanti, commissione finanza
  • Domenico Modafferi, sindaco di San Ferdinando
  • Alfredo Cosco, moderatore.

Sulle poltrone in sala un rassicurante depliant a cura del Ministero dell’Ambiente, di Palazzo Chigi e del MIT, ci dice innanzitutto che NON si tratta di ARMI, ma solo di materiali chimici. Non verranno rilasciati in mare gli effluenti e la distruzione finale dei fusti contenenti il materiale risultante avverrà in Germania e in Gran Bretagna. Un’occasione per Gioia Tauro e per San Ferdinando, un motivo d’orgoglio ribadendo che già oggi il Porto movimenta merci di classe 6.1 e che nel 2012-13 nelle sue banchine sono state trasbordati 3.048 container, contenenti 60.168 tonnellate delle stesse sostanze pericolose. Quella in arrivo oggi dalla Siria a confronto è una modesta quantità, solo 560 tonnellate. L’operazione si svolgerà in 10-24 ore, in massima sicurezza, e senza stoccaggio a terra, mentre nel Porto sarà assicurata la vigilanza di security, sia lato mare che lato terra.

Peccato che tutto sia stato smontato pezzo per pezzo durante il convegno.

Introduce Domenico Pirrottina Organizer del meetup di San Ferdinando, dicendo che il meetup ha detto NO alle sostanze chimiche nel porto di Gioia Tauro. L’interrogazione parlamentare del M5S fatta in relazione alla problema sicurezza sollevato dai vigili del fuoco dopo una denuncia dell’USB, ha determinato un sopralluogo della Commissione Difesa. Mentre da dichiarazioni dell’OPAC, nella persona del Direttore Generale Uzmucu si apprende che tra le sostanze chimiche vi sono armi vere e proprie, che nel caso di incidente o attentato terroristico avrebbero conseguenze devastanti sulla popolazione. Dubbi sulla capacità di incidere dell’esercito in merito alla vicenda dell’imprenditore de Masi protetto dall’esercito. La sua azienda ripara i containers danneggiati ed egli è stato fatto oggetto molte volte di attentati. L’ultimo, che ha visto centinaia di colpi di kalasnikov contro le serrande, ha richiesto la protezione diretta dell’esercito.

Cosco riprende brevemente la storia del conflitto in Siria, che nel 2010 sfociò in guerra civile. In seguito Assad consegnò le armi per la neutralizzazione. Ma da fare dove? Dalla Germania alla Francia all’Albania dissero no. In seguito si prospettò l’idrolisi, senza precedenti, in mare. Il luogo scelto per fare questa operazione è il mare fra Creta, Libia e Sicilia. Il porto scelto fu quello di Gioia Tauro. Anche la Sardegna negò l’autorizzazione. Il cargo è pronto a partire dalla Siria. Potrebbero essere già in viaggio le due navi. Scortata da navi militari, con la militarizzazione dell’intera zona. Ribellione partita in Grecia, in seguito agli allarmi degli scienziati greci. Il rischio per il mediterraneo è enorme.

Madafferi, sindaco. Dice cosa ha fatto.Lui ha saputo della decisione 4ore prima che venisse formalizzata dal ministro Bonino. Organizza subito un conferenza stampa per il NO personale e di tutta l’amministrazione. Letta tenta di barattare mettendo in campo la questione ZES, ma ci fu un no senza se e senza ma. Ci fu anche la polemica anche con Scopelliti (adesso ex Governatore della Calabria n.d.r.). Le due amministrazioni, San Ferdinando e Gioia Tauro, hanno fatto quello che era in loro potere. Il loro dissenso non è stato impulsivo, basandosi sul merito e sul metodo, Il metodo: la decisione del Governo non doveva scavalcare le autorità locali. Altro posto sarebbe stato più idoneo, ad esempio Civitavecchia, che ha un reparto adibito allo smantellamento degli armamenti dell’esercito italiano. Non è vero che al porto di G.T. sono state trattate sostanze di questo genere, anche perché lui fa parte del consiglio delle autorità portuali, ed in due anni e mezzo non c’è stata mai una richiesta di questo genere, tutta l’operazione e ammantata dal massimo segreto e lui non ha alcuna informazione in merito. Ciò che ha potuto fare lui è stato un adeguamento del Piano di Protezione Civile alla eventualità del trasbordo di armi. La classe politica regionale non è stata all’altezza della situazione. Altre regioni erano state interpellate ed hanno rifiutato. Non siamo a conoscenza delle effettive sostanze da trattare. Mercoledì c’è stato un incontro al ministero né io ne le autorità locali siamo stati invitati, che in caso di incidente devono essere informati. Si respinge l’affermazione che si sia scelto il porto perché sia una eccellenza. I sindaci devono avere rassicurazione per cui non le può trasmettere neanche ai cittadini. Lui non ha informazioni ulteriori.

Cosco: sarebbe disposto a fare una formale denuncia alla autorità giudiziaria in caso di danni?

Sindaco: ci sono già delle denuncie presso la Procura della Repubblica di Palmi. Ma lui è anche Ufficiale di Governo e quindi nel caso di operazioni di trasbordo lui collaborerà.

Cosco: una autorità pubblica di fronte ad un atto inaccettabile può dimettersi come atto di protesta… (applausi scroscianti dalla sala…)

Sindaco: per esprimere la sua contrarietà aveva anche dichiarato che avrebbe chiuso il porto, ma di fatto lui non ha il potere di farlo. lui è una persona responsabile, se le sue dimissioni possono determinare l’interruzione delle operazioni lui lo farà.

Cosco: si richiama alla responsabilità civile.

Domenico Macrì del sindacato dei portuali SUL: ètutto in sicurezza?Le perplessità rimangono, perché operazioni simili non sono mai state fatte, a detta anche di Bonino e Lupi, noi non le abbiamo mai trattate. Il territorio non ha le strutture ospedaliere e le organizzazioni per affrontare le emergenze. Il SUL ha fatto 5 richieste di incontro, anche all’azienda, la MCT, e la prefettura risponde che è una normale operazione di trasbordo. Il SUL dice che non è così anche perché saranno movimentati molti militari. “La loro presenza porterà una ricaduta sull’economia del territorio perché 600 militari mangeranno nelle pizzerie”. Questo il vantaggio per la città! “Perché Gioia Tauro è uno dei migliori porti al mondo”. Questa la motivazione! La ZES barattata a fronte della non sicurezza del territorio, questa la contropartita! Il trasbordo dicono che avverrà al largo. È FALSO. Queste operazioni vanno fatte su terra.

Il pericolo non è nello stazionamento in un porto, ma nelle operazioni di trasbordo. Noi chiediamo di essere presenti nella cabina di regia per capire tutte le operazioni, ma non ci è stato risposto. Rispondono nella riunione del 22 aprile, che sarà tutto sotto controllo nel gruppo NBCR (nucleare,batteriologico,chimico e radiologico) dei VF coordinati dalle forze dell’ordine e dal 118. Ancora non si quale sarà il pèrsonale che movimenterà né che materiale sia. L’azienda afferma che sarà o il personale MCT oppure i militari. Anche rimane il dubbio se siano state coinvolte le ASL. Chi movimenterà sarà incentivato con un premio. Forse saranno sacrificati i cassaintegrati che da 4 anni attendono risposte dalla politica. Parla anche della banchina Nord l’area individuate, a trecento metri dall’abitato, stando alle carte in suo possesso fornite dall’azienda stessa, nonoistante il sindaco neghi che si tratti di quella per l’attracco, mentre è prevista una zona a 1.500 metri da S. Ferdinando, ricadendo questa nell’area industriale.

Cosco: in sintesi si parla ormai al 90% di un trasbordo a terra, e che di fatto ci siano armi e non solo precursori, l’idrolisi in mare non è sicura.

Antonio Jiritano, sindacalista di USB, nel nucleo NBCR dei vigili del fuoco. La loro perplessità è partita dal fatto steso che siano stati coinvolti: se si tratta di normali operazioni che sempre sono state fatte perché allora coinvolgerci? Perché coinvolgere i vigili del fuoco? La preoccupazione maggiore è subentrata quando hanno esaminato la situazione. Una informazione al sindaco: noi stiamo lavorando su tutta l’area, ma il punto indicato dovrebbe essere proprio la parte nord. Ribadisce quindi che non si tratta di una semplice operazione di routine, e vi sono dubbi anche sul fatto che siano state sequestrate tutte le armi di Assad. Quindi l’operazione non è solo questa. L’Italia deve fare bella figura, e riprendendo la parafrasi dei canarini con quale strumentazione fare bella figura? Come sindacato ha dimostrato e denunciato che il nucleo NBCR non ha attrezzature adeguate, ma scadute. Dopo questa denuncia del sindacato si stanno attrezzando per rifornire meglio il corpo, fatto sta che comunque non sono stati più chiamati. Per quanto riguarda i container, non è vero che sono difettosi, come era stato detto in precedenza, ma non sono adeguati e specifico per l’operazione. Denuncia anche il fatto che non si ha un piano di evacuazione né sanitario in caso di probabili fuoriuscite di gas, non si sa nemmeno se c’è una cabina di regia né si sa chi c’è dentro. Per quanto riguarda il soccorso dopo un eventuale contatto si porta la persona colpita in camera di decontaminazione, ma dopo non si hanno indicazioni specifiche. Altro problema è la temperatura, è stato detto che a 22 gradi i gas possono evaporare, e visto che sono temperature consuete, non si sa come comportarsi, se è cioè sufficiente raffreddare i conteiner. Come operatori non hanno un kit per pronto intervento, per autosalvarci. Oltre la zona rossa non vi sono indicazioni. Queste preoccupazioni le hanno espresse all’ex ministro Alfano, dal quale comunque non hanno avuto risposte, ma minacce che ce la farà pagare.

Fernando Termentini, generale di Brigata RIS, rivolge una domanda a Jiritano: vi hanno parlato di atropina, di frequenza di inoculazione, di step di frequenza, di camera iperbariche per gli ustionati di Iprite, vi hanno fatto informazione sugli strumenti che stanno comprando? Risponde Jiritano che nulla di tutto ciò è stato fatto, che hanno informazione sui vecchi macchinari ma non sui nuovi. Riprende la parola.

Prima di tutto viene lo Stato come società civile, dei cittadini. Lamenta un mancanza di informazione. Da una velina avuta dal ministro Bonino si parla di armi prive di innesco e non di sostanze chimiche. Sulla stessa nave sono trasportate le due sostanze che se unite diventano gas nervini. Possono entrare a contatto anche per caso. Poi rivolto al sindaco chiede: lei fa un piano di evacuazione sulla base di ipotesi. Anche gli ospedali hanno le camere sterili? il personale medico e paramedico è addestrato a fronteggiare le emergenze? Specifica che il nostro personale non è attrezzato e preparato. Perché non è stata coinvolta la scuola NBCR di Rieti? Perché non sono stati chiamati? La risposta è una sola: perché non sappiamo cosa c’è sulle navi. Sappiamo che ci sono gas Sarin e Iprite. L’Iprite provoca bolle sui polmoni e provoca la morte istantanea per soffocamento, ma non sappiamo cosa altro c’è. Un piano di rischio è una esercitazione di fantasia, maggiori sono le ipotesi considerate e maggiormente è valido. Il ministro Lupi disse testualmente che scelse il porto di Gioia perché è facilmente difendibile per quanto riguarda l’ordine pubblico. Emergenze del genere non si sono mai verificare. Chiedere e pretendere che personale militare italiano specializzato, possa verificare che quello che c’è scritto sulla lista di imbarco corrisponda a verità.

Cosco: i maggiori scienziati greci hanno richiesto di salire a bordo e verificare e controllare le operazioni. Ma non sono stati mai ascoltati.

Generale: sulle navi deve salire una commissione di tutti i Paesi dell’area del Mediterraneo perché è un mare chiuso, perché un incidente coinvolge tutti i paesi del Mediterraneo. Da una velina si è appreso che parte del materiale in questione è costruito in Turchia. Il Presidente dell’OPEC

Cosco: ricorda che la Turchia fornì armi chimiche ai ribelli siriani.

Generale: Il 16/12 la Bonino annuncia che l’Italia si era offerta di collaborare a questa operazione di peacekeeping perché l’Italia dispone delle necessarie conoscenze per gestire un problema del genere e che ci stiamo dando da fare per individuare porti adeguati. Ma perché darsi da fare quando ci sono già i porti di Genova e Civitavecchia che scaricano normalmente sostanze chimiche.

Senatore Molinari: questo è il peccato originale della diplomazia italiana. Il ministro degli esteri ha messo a disposizione il territorio italiano di uguale tenore alle altre operazioni di pace. Non è un caso che si sia scelto il porto di Gioia, con capacità lavorativa senza però essere informato rapporto spezzato tra istituzioni e popolo. La scelta è di ordine pubblico perché è gestito dalla mafia. Attraverso la ‘ndrangheta hanno sempre tenuto prigioniero un popolo.

Si richiama ai principi di partecipazione e precauzione. Precauzione: uno Stato che fa correre rischi alla popolazione è uno Stato che non mi rappresenta.

Video da Creta: Caterina Purati dei comitati di Creta in agitazione per bloccare il processo di idrolisi nel mediterraneo. I paesi che hanno prodotto le armi chimiche che se le riprendano indietro e che studino loro un metodo di smaltimento. Le aziende che hanno vinto i bandi per prendere le migliaia di tonnellate di materiale di risulta del processo di idrolisi per lo neutralizzazione nei loro laboratori, che se lo prendessero prima il materiale, perché vengono pagate anche molto bene. Quindi il problema non può essere di tipo economico come sostiene il governo. Le aziende sono della Germania, Gran Bretagna e Finlandia. C’è poi anche il dubbio che questi materiale di risulta venga effettivamente neutralizzato oppure riciclato per costruire nuovamente armi, perché non c’è una proibizione nella produzione di armi.

Lettura della lettera

Senatore Molinari. Parla di cifre e dei tre fondi. Uno dell’ONU per 16 milioni, uno dell’OPAC di 11 milioni di euro e un fondo per la distruzione di 58 milioni di dollari. Il totale è di 85 milioni di euro, in cui l’Italia partecipa per 3 milioni di euro.

Vincenzo Caminiti, dirigente medico degli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria. Illustra lo scenario di un eventuale intervento sanitario di emergenza. Spiega quindi cosa è il Sarin il quale va a colpire un enzima provocando problemi alle vie respiratorie nel giro di pochi minuti, per cui si può morire rapidamente se non si interviene rapidamente in maniera specifica. L’emergenza è anche per i soccorritori nel trattamento dei contaminati, che devono essere preparato e attrezzato, lui personalmente non ha questo tipo di preparazione. Il più vicino DEA (punto per il trattamento delle emergenze) è a Polistena. Il primo intervento si deve fare sul posto in una tenda posta in luogo visibile. Il costo di una tenda attrezzata per la decontaminazione è di 50mila di euro al giorno. È sufficiente una sola persona contaminata a compromettere un intero DEA. Il Triage divide i pazienti da decontaminazione passiva, cioè aiutati a decontaminarsi e attiva, cioè da soli. Successivamente trasferiti al DEA. Molti posti con ventilazione meccanica (attualmente 12 posti quasi sempre occupati). Gli antidoti sono le ossime e l’atropina se inseriti in tempo possono riattivare gli enzimi inibite di cui si parlava prima. Da uno studio fatto negli ospedali romani risulta che nessun ospedale romano avrebbe potuto trattare più di un paziente al giorno. Non abbiamo sufficienti scorte di antidoti, e nell’ospedale di Polistena c’è una sola anestesista. Noi non siamo in grado di gestire la normalità!

Cosco chiede al chimico se c’è un’altra strada rispetto all’idrolisi in mare. Caterina da Creta ha chiesto perché non si procede direttamente su terra in quei paesi che hanno vinto il bando per la neutralizzazione dei residui.

Alessandro Melicchio, chimico organico. L’idrolisi è collaudato su terraferma. La reazione in se non è pericolosa, ciò che è pericolosa è la sostanza da trattare. L’Iprite è molto tossica e letale, così come il gas sarin e precursori DF da cui si arriva al sarin. Il processo non è mai stato fatto in mare. La dichiarazione di due chimici presenti sulla nave, Rob Malone e Adam Backer è stata che loro hanno esperienza ventennale su queste sostanze, ma su terra. Riguardo l’impianto FDHS a bordo della nave non si hanno molte informazioni, di fatto non è stato pubblicato nulla riguardo all’impianto. La scheda tecnica è di una sola pagina. Malone e Backerdicono che hanno dovuto ingegnarsi per adattare i due impianti alla piattaforma della nave. Testualmente “Impianto legato con le catene”, impianto portatile nel senso che sono state ridotte le dimensioni, ma per trasportarlo su nave, magari in Siria, e fissarlo sul suolo. Per cui è stata adattata anche la piattaforma sulla nave, su tre livelli. Quindi sono due le variabili. Differenza fra rischio e pericolo: il rischio è la probabilità che il rischio si verifichi. Il rischio si può gestire, ma non è stato ridotto a zero. Si sarebbe potuto ridurre al minimo portando l’impianto a terra. Maggiori sono le variabili e maggiore è il rischio. Precisa anche che se non si hanno indicazioni sul grado di purezza della sostanza non si può nemmeno prevedere il rischio.

Giovanni Pantano, consigliere del Comune di San Ferdinando, dichiara che se il trasbordo delle armi chimiche si farà, lui si dimetterà.

Pino Romeo, urbanista, ricorda che 33 sindaci della Piana si erano riuniti due volte, sia a San Ferdinando che a Gioia Tauro nell’associazione “città degli Ulivi” . Si avrebbero dovuto richiamarsi al “principio di precauzione” espresso da una raccomandazione europea secondo cui il Primo Cittadino può contrapporsi politicamente a ciò che è contrario all’interesse della cittadinanza. Si erano quindi espressi, in un documento ufficiale, contrari all’arrivo delle armi chimiche nel porto. La politica di fatto non ha voluto agire secondo quel principio. I 33 sindaci hanno fallito nel loro intento. Questa non è una missione di pace, perché in missioni di pace i Vigili del Fuoco (chenon hanno mai protestato), ora invece lo stanno facendo. La militarizzazione del porto di Gioia è legato a un filo unico che unirà Gaeta al Muos, con i Droni già presenti a Sigonella, deve essere un tutt’uno. Con il trasbordo delle armi chimiche, il porto di Gioia Tauro diventerà una autostrada rispetto a quello che potrebbe arrivare. Inoltre, se durante le operazioni il mare arriva a forza 5, la nave che opererà davanti il mare di Creta deve raggiungere necessariamente il primo porto più vicino, anche se ha già iniziato le operazioni di idrolisi.

Collegamento con lo Scienziato Greco Prof. Vaggelis Pissias da Creta

D: da quando si è cominciato a parlare di idrolisi, la situazione è cambiata?

R: non ci sono novità da marzo, si stanno aspettando le elezioni europee.

D: la mobilitazione di Cretahanno evidenziato situazioni di pericolo, cosa ne pensa?

R: non hanno dato molta informazione alle persone. In una città di Creta c’è stata una mobilitazione di circa 10mila persone per cui le autorità dovrebbero rispondere.

D: quale è il reale rischio per le popolazioni?

R: i rischi sono probabilistici, nulla è certo, ma il rischio legato all’idrolisi è confermato.

D: anche il trasbordo è pericoloso?

R: conferma il rischio nel trasbordo, anche da nave a terra, con rischio reale per la popolazioni vicine.

D. dal sindaco: se l’idrolisi avviene senza riversamenti in mare.

R: laddove l’idrolisi è stata fatta, si è avuta anche la distruzione di intere isole. Sulle navi è una operazione nuova.

D: che fine faranno i residui della idrolisi?

R: il materiale spazzatura sarà messa in container ermetici, stazionanti in una zona portuale, probabilmente Germania e poi portati in un altro luogo, forse l’Indonesia, ma lui non ci crede.

D: le alte temperature che ruolo hanno durante il trasbordo?

R: ad alte temperature è probabile la fuoriuscita del gas, i gas di ultima generazione possono causare la morte di 100mila persone. C’è una movimentazione di navi di pescatori (6-10 barche) che dovrebbero vigilare cosa c’è sulle navi, compreso lui stesso.

D: come è avvenuta la distruzione delle isole di cui parlava prima.

R: lui non parlava di isole, gli americani hanno sotterrato queste armi nel Colorado, si sono accorti che l’acqua che è arrivata sulla costa, circa a trecento km dal luogo, e questo ha portato all’inquinamento di gran parte della costa.

D: resistenza a questa operazione, queste persone si trovano davanti ad un sistema mediatico che fa muro, c’è quindi scoraggiamento. Lei ha partecipato a battaglie che sembravano impossibili, che messaggio può dare alle persone in sala?

R: la situazione in Creta e nel Peloponneso è la lotta in tutti i modi con l’appoggio dei pescatori. L’idrolisi se la lasciamo passare ora, si ripresenterà in qualsiasi altro momento, quindi abbiamo l’obbligo di fermare questa operazione. Altrimenti non c’è futuro.

D: a nome di tutti quelli che stano seguendo un saluto ad un combattente.

R: non ci sono solo io come scienziato, si auspica di poter incontrare la gente di San Ferdinando, perché con l’unione si può vincere.

Coordinamento SOS Mediterraneo